Musica liturgica. Repertorio popolare, colto e Thesaurus Musicae.

di Luca Bernazzani

Riprendo volentieri, in questo intervento, una parte di alcune note che avevo scritto qualche anno fa in occasione di un incontro di formazione per direttori di cori parrocchiali e di animazione liturgica. I temi di fondo sono sempre gli stessi: quali gli orientamenti e i criteri nella scelta del repertorio per l’animazione liturgica? quale ruolo per il coro nella Liturgia del post-Concilio? Per rispondere a queste domande è però necessario rispondere a un’altra domanda, per molti versi più impegnativa.
Cosa si deve intendere per musica sacra e qual è il suo fine?
La risposta è espressa chiaramente al punto 4 del Proemio dell’Istruzione “Musicam Sacram” (MS) della Sacra Congregazione dei Riti (1967) che è tuttora il riferimento normativo su questo tema:

  • Il vero fine della musica sacra è la gloria di Dio e la santificazione dei fedeli.
  • Musica sacra è quella che, composta per la celebrazione del culto divino, è dotata di santità e bontà di forme.
  • Sotto la denominazione di Musica sacra si comprende: il canto gregoriano, la polifonia sacra antica e moderna nei suoi diversi generi, la musica sacra per organo e altri strumenti legittimamente ammessi nella Liturgia, e il canto popolare sacro, cioè liturgico e religioso.

Come si vede la definizione di musica sacra è pertanto ampia, ma è forse bene sottolineare che mentre gregoriano e polifonia sacra classica e moderna godono dello status di musica sacra di per sé, negli altri generi “popolari” si deve fare attenzione a distinguere tra ciò che è canto liturgico da ciò che è semplicemente e genericamente “religioso”, utilizzabile, ma in modo più limitato e oculato.
Quest’ultimo concetto è ovviamente intrinsecamente legato ai testi impiegati per il canto sacro. Infatti, mentre nel gregoriano e nella polifonia sacra, che dal gregoriano ha ereditato il suo intero corpus testuale, i testi sono di per sé liturgici (versetti di salmi, citazioni vetero- e neo-testamentarie, testi eucologici), nella musica “popolare” a cui di fatto appartiene la quasi totalità di ciò che si canta nelle nostre assemblee festive, con o senza partecipazione del coro (o meglio della Schola) i testi sono spesso invenzioni poetiche, certo di ispirazione religiosa, ma non di per sé liturgici. E mi astengo, per non scadere nella polemica, dal commentare certi testi specifici che, come “invenzioni poetiche”, non esiterei a collocare sullo stesso piano di “Dammi tre parole, sole, cuore e amore”, tormentone pop di una ventina di anni fa.
Non nascondiamoci però che, accanto ad un problema testuale ne esiste anche uno che riguarda l’adeguatezza “artistico – musicale” dei brani che vengono eseguiti. A questo riguardo la MS afferma al punto 59:
“I compositori si accingano alla nuova opera con l’impegno di continuare quella tradizione musicale che ha donato alla Chiesa un vero patrimonio per il culto divino. Studino le opere del passato, i loro generi e le loro caratteristiche, ma considerino attentamente anche le nuove leggi e le nuove esigenze della sacra Liturgia, così che «le nuove forme risultino come uno sviluppo organico di quelle già esistenti» (Cfr. Sacrosantum Concilium, Costituzione Conciliare sulla Sacra Liturgia, n. 41), e le nuove opere formino una nuova parte del patrimonio musicale della Chiesa, non indegne di stare a fianco del patrimonio del passato.”
Provando a tradurre in termini più semplici, si potrebbe dire che la musica sacra non dovrebbe mai semplicemente adeguarsi al gusto dominante perché verrebbe meno al suo scopo. Si attualizzerà, come è ovvio, con il linguaggio stilistico dell’epoca di cui è espressione, ma rimanendo su un piano differente rispetto alla musica che, sia pure con un’espressione discutibile, definiamo commerciale.
Accanto a questo, si afferma ancora una volta che si deve fare il possibile affinché, almeno nelle chiese cattedrali, venga tramandato il patrimonio del canto gregoriano che continua a costituire il riferimento per tutta la musica sacra, e più in generale del “Thesaurus musicae” del passato del quale è permesso, e persino caldeggiato un mantenimento “in vita” nella Liturgia, fatte ovviamente salve quelle condizioni di opportunità e di pertinenza con il rito.
Qualche partigiano della modernità senza se e senza ma storcerà probabilmente il naso, ritenendo la musica sacra del passato un qualcosa di decisamente obsoleto e inattuale. Desidero fare in proposito due semplici considerazioni. In primo luogo, in un’epoca di povertà culturale quale quella in cui viviamo, è comunque un dovere la conservazione di quello che è patrimonio artistico dell’umanità. Questo è tanto più vero (in quanto maggiormente responsabili del degrado) alle nostre latitudini: nel nord Europa, ad esempio, è frequente l’esecuzione di messe e mottetti polifonici nella liturgia domenicale, e addirittura è frequente l’esecuzione, sempre in contesto liturgico, di messe sinfoniche, cioè con l’accompagnamento dell’intera orchestra. Stiamo parlando, nel primo caso di Palestrina, Da Victoria, Di Lasso, Monteverdi, cioè dei grandi polifonisti del rinascimento, nel secondo di Mozart, Bach, Schubert, solo per citarne alcuni. E nessuno si scandalizza per questo.
Certo, non si deve privare l’assemblea di ogni sua prerogativa, ma non si deve neppure dimenticare che il coro, la Schola Cantorum, canta talvolta con l’assemblea, talvolta si alterna con essa, e talvolta, infine, canta per l’assemblea (Cfr. Carta dei cantori liturgici, emanata in Francia dalla commissione Episcopale per la liturgia, dicembre 2005). Assemblea dei fedeli i quali – ci ricorda la MS al punto 15 – debbono essere educati “a saper innalzare la loro mente a Dio attraverso la partecipazione interiore, mentre ascoltano ciò che i ministri o la «schola» cantano”.
Concludo questo intervento con una provocazione, che, spero, possa anche suscitare una riflessione: a nessuno viene in mente di eliminare le opere d’arte pittoriche o scultoree del passato dalle nostre chiese, anche se, come è giusto, opere di artisti contemporanei si affiancano ad esse testimoniando l’ininterrotto tributo dell’arte all’unico Dio. Perché allora questa “rimozione culturale” dovrebbe invece essere accettabile per la musica sacra del passato, unica tra le arti?

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